Agosto 14, 2007

L’altro giorno mi ha chiamato il preside chiedendomi di fare un discorso in Sua memoria di fronte a tutti voi. So che Lui non avrebbe mai accettato. Probabilmente ne avrebbe riso raccontandolo agli amici davanti ad un campari col bianco alla stazione, tra una legge sulla monogamia ed un insulto. Non mi avrebbe voluto lì davanti ad uno squallido schermo di computer a sforzarmi di pensare qualcosa di sensato da dire… ma ho accettato, per parlare di cos’era lui per i molti di noi che lo conoscevano e per i pochi che non sapevano chi fosse. Lui è sempre riuscito a contrapporre alla propria debolezza fisica un carattere forte, determinato, propenso ad andare sempre oltre ogni cosa, sempre oltre ogni estremo.

Uno degli aspetti più grandiosi riscontrabili nella Sua personalità di era la capacità di riunire ad uno stesso tavolo persone di ogni tipo: diverse culture, diverse sensibilità, diverse abitudini, insomma diverse vite non avevano importanza. Lui sapeva prendere e farsi voler bene da tutti. Basta guardarsi intorno: quanti siamo oggi , qui, a ricordarlo? Tutti… tutti legati a lui in qualche modo, tutti che l’abbiamo apprezzato almeno una volta, tutti che lo ricorderemo sempre per quello che era e che dobbiamo apprendere qualcosa da questa persona e da questa giornata.

Di fronte a una cosa così grande io non saprei più che dire. Mi verrebbero parole di rabbia, o di incomprensione, o di rassegnazione, ma so che non servono. Ognuno di voi le ha già dentro di sé, credo.

E allora io finirei qui… un discorso semplice, e breve, com’è stata la sua vita. Ma nonostante questo intensa e che ci ha lasciato un segno. Un segno grande, un segno importante. Un segno che dentro di noi resterà sempre attraverso i ricordi dei momenti che abbiamo condiviso con lui. E grazie a questo segno, che ogni tanto ci farà male e che ogni tanto ci farà sorridere, Lui ci starà vicino sempre e noi potremo così dare un senso alla sua ammirevole esistenza e alla sua ingiusta, o forse solo incomprensibile, scomparsa.

un punkabbestia scrive…

Agosto 13, 2007

 

 

Quello che mi chiedo è: esiste uno standard assoluto? Oppure ognuno è ancorato al proprio standard relativo? Mi riferisco al valore da attribuire a cose e persone, soprattutto alle persone. Siamo tutti giudicabili mediante una scala universale che poi ciascuno deforma secondo la propria luna, in base alla percezione che ha di sé? Oppure ci si crea la propria scala inconsapevolmente e si è contenti o tristi del proprio gradino per come vanno le cose?

Siamo superiori?

 

O lo sono gli Altri?

Probabilmente lo siamo entrambi, ciascuno è il proprio dio ed il proprio diavolo. E di conseguenza non lo è nessuno.

 

Scrivo che sono superiore agli altri per un’infinità di motivi.

E Altri fanno lo stesso

 

Con un’infinità di Altri motivi.

 

 

L’umana vita relativa, potrebbe essere il paradiso personale di ognuno ma l’uomo questo non lo vuole e non lo ricerca, lo rifugge, scappa. Forse perché necessita della speranza. O forse perché sarebbe la scelta più facile fare solo ciò che ti viene bene.

Ognuno può essere felice di tutto e per niente. Ed è vero anche al contrario.

 

Non scrivo SE. Voglio il mio paradiso relativo e lo voglio assoluto. Mio

Voglio costruire certezze per loro stessa natura fasulle.

 

Voglio credere ad ogni Zarathustra che verrà. Bruciarlo vivo per aver spezzato le mie rifocillanti catene.

Voglio legare l’estremità del mio guinzaglio ad ogni idolo pesante ed inamovibile solo per il gusto di sciogliere il nodo che lo fissa al mio collo.

 

E soprattutto, voglio che la mia vita sia mia. Non una fuga dal resto.

 

 

 

 

 

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stralcio

Agosto 10, 2007

Settembre. Nasce un bimbo, completamente blu. E’ mio fratello.
Settembre. Un fantastico ragazzo di 20 anni muore dopo giorni di coma. Era mio fratello. E’ mio fratello.
Incidente. Niente di grave. Ore di buio su ciò che è successo prima dell’indicente. Ma non fa nulla, “poi ne parliamo”.
Ore di attesa. 8 ore di attesa. Lui che dorme. Io che grido al medico. Il medico che grida a me. Lui non è come gli altri.  Che facciamo? “Dategli una pastiglia, poi lasciamolo smaltire”.
“Smaltire? Smaltire cosa?”
Ore 20: operazione d’urgenza. Emorragia celebrale. Ore di attesa.”Non sappiamo” “Se fossero intervenuti prima….”
COMA.
Mi sente. Lo so che mi sente. Sono qui.
Faccio la stupida, come sempre, per farti ridere. Tu sei quello che conforta. Io sono la scema. Faccio la scema per te. Aspetto che mi rispondi. La mano rigida. Mi stringe. Lo so che sei ancora qui, nel tuo corpo. Stai soffrendo. I tubi. Le macchine. Le cicatrici. Le bende in testa. I capelli rasati. Cosa ti hanno fatto? Cosa hanno fatto al mio bambino?
16 giorni. Il telefono che suona è un supplizio. Ogni volta è la morte che chiama.
Tracheotomia. Forse no. Meglio di no. Arterie “strane”. Diramazioni di collaterali.
Non toccate nulla… così funziona…
I risultati del test di ammissione all’università.  Io faccio l’iscrizione. “Ma poi, al massimo, te la rimborsano?” Io investo sulla persona. Credo nella tua forza. Nella tua voglia di vivere. Ti darei la mia anima se potessi.
16 giorni. Fegato e reni non funzionano più. Scompenso.
Mamma che dice “Vai”
Papà che urla “Vai”
Settembre. Ore 22. Suona il telefono. “Io. Rispondo io.” “Lei è la mamma?” “No, sono SUA SORELLA”. “Mi dispiace. è deceduto”.
Non ci sei più.

Il tuo corpo è qui, davanti a me. Io non ti tocco. Non posso. Non sei tu.

Il sonno che non arriva. La mente che lavora.
Settembre: avvocato, pubblico ministero, pompe funebri, autopsia. “Ma è indispensabile?” “Si. Ora.” Io che decido. Io che chiamo, che programmo…. è giusto? non lo so, va fatto. Riconoscimento del corpo. Sono passati 10 giorni. “Si è lui” …ma a che serve???
Funerale. Finalmente funerale. “Ma non potete farlo di pomeriggio?” “Perchè hai fatto chiudere la bara?” Io sorrido. Sorrido sempre. Scherzo. Faccio la scema. E’ morto mio fratello ed io sono serena. Io devo essere serena. Non posso soffrire come una madre. Io non sono una madre. E poi?
La quotidianità dopo la tragedia. E’ la quotidianità la vera tragedia. Il posto vuoto a tavola. I suoi libri sparpagliati nella stanza. Gli scritti incompiuti. Gli amici che passano a trovarci. La mancanza. La costante assenza. I vestiti. Senape, vinaccia, beige… ma che abbinamenti fai? “Sono daltonico, lo sai…”
“Ti stanno guardando tutti, ora li mando a cagare” – “Ho una ragnatela tinta sui capelli, che pretendi che facciano?”
Niente. Non pretendo niente. E non voglio niente.
Questo è tutto.

Agosto 10, 2007

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sangue nella neve

Agosto 10, 2007

I lupi ne seguivano le tracce

sbavanti per il pasto atteso.

Sbucano le zampette

da sotto le coltri

di neve

Il branco bianco

scivola silente

nella notte rovente

Nevi incandescenti

su prati, che fioriscono

di notti abbaglianti

Immobilità e frenesia corrono a braccetto

avvinghiate al comune senso di irrequietezza.

I lupi seguono la preda

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l’iris

Agosto 10, 2007

Andandosene ha portato via un pezzetto di tutti noi.

Non siamo più le stesse persone.

Non siamo più una famiglia di cinque elementi, alla quale uno di questi è stata strappato via.

Siamo una nuova entità.

Quattro nuovi individui che devono riscoprirsi, imparare a conoscersi.

Ed anche io sto imparando a conoscere questa nuova me stessa, con l’anima gonfia di dolore.

noi.1

Agosto 10, 2007


Mi accorgo di non avere aspettative.
Come ti cambia il dolore.
“Siamo stati bene”.
Potremmo stare bene ogni giorno.
“Come sarebbe diverso”
Comunque sofferenza?
L’esclusiva della tua anima.
L’unica ad ascoltare la tua sinfonia.
L’unico a cui suonare la mia.
Siamo. Insieme siamo.
Indifferenza verso di noi: non cambia ciò che creiamo.
Eri pronto a lasciare le certezze che ora ti stringono.
Per noi.
Quanto terrore in una passione che arde…
“Avremmo dovuto incontrarci anni fa”
E ci saremmo riconosciuti.


Taccio.